Recensione a ‘Camici di Carta’; [Laura Spagnolo, 2018]

 

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Scrivere un romanzo breve non è impresa semplice. Soprattutto quando si tratta di condensare, in poche decine di pagine, gli stati d’animo e la psicologia di uomini e donne che si trovano d’improvviso ad affrontare una tragica fase della propria carriera lavorativa: il licenziamento.

In Camici di carta, Laura Spagnolo fa proprio questo; esprime in maniera estremamente concisa e diretta le emozioni contrastanti che senza posa assalgono il protagonista, Luca Segni. Dopo 24 anni di lavoro presso un’azienda farmaceutica, un giorno scopre di non avere più accesso al suo posto abituale. Lui, come tantissimi altri suoi colleghi, si trova d’improvviso tagliato fuori da una realtà sociale, quella lavorativa, che ad oggi è sempre più in crisi. I personaggi,così come il racconto, sono frutto della fantasia dell’autrice; ma quella di Luca e dei suoi colleghi è una storia che in varie fome colpisce una porzione consistente della classe lavoratrice. La cassa integrazione, il licenziamento e la mancanza di tutele adeguate nei confronti dei lavoratori, sono tematiche con cui ogni paese deve confrontarsi. Tuttavia, in Italia, da oltre quattro decenni a questa parte è iniziato un processo di smantellamento dei diritti sociali. Un processo che ha colpito  i settori più disparati: dalla sanità all’istruzione, al lavoro. Bisogna riconoscere che le tre decadi successive al Secondo dopoguerra hanno testimoniato una sensibile crescita delle tutele di lavoratori e lavoratrici (grazie anche alle conquiste dei sindacati, dei movimenti studenteschi e delle lotte operaie). Nonostante ciò, il rapido mutamento che al termine degli anni Settanta ha indebolito l’efficacia delle risposte che la società era in grado di fornire alla politica, non ha consentito di preservare quei diritti tanto faticosamente conquistati negli anni. Tutto questo è ben riassunto nel sottotitolo del romanzo “Dignità lavorativa: dignità umana?”.Attualmente non si è più in grado di far fronte in maniera adueguata ai soprusi commessi ai danni dei lavoratori. In uno stadio capitalistico avanzato, in cui la robotica e il commercio online stanno avendo importanti ripercussioni sul mercato del lavoro, è inevitabile chiedersi se si possa fare qualcosa per arginare situazioni negative. Lo sfruttamento fisico e psicologico, la ricattabilità da parte delle aziende, i paradisi fiscali, e l’abbrutimento etico-morale che a tutto ciò consegue, sono temi affontati con lucidità dalla scrittrice. Quel tesserino (badge), in cui sono racchiuse tutte le informazioni del dipendente, quell’apparentemente innocua scheda diviene il filo conduttore tramite cui l’autrice riesce a raccontare con potente drammaticità situazioni fin troppo ordinarie.

Per stimolare ulteriormente la riflessione, nelle pagine conclusive sono riportate due appendici. La prima di esse raccoglie una breve cronistoria delle leggi sul lavoro, dagli anni Venti sino ad oggi, con particolare attenzione all’Italia. La seconda riporta integralmente il testo della legge 300 (Statuto dei Lavoratori). Emanato nel 1970, il testo ha costituito per anni il principale riferimento per quanto riguarda la tutela dei diritti individuali e sindacali della classe operaia.

Camici di carta è un racconto toccante. Lo stile asciutto, i periodi brevi che si succedono con ritmo incalzante rendono in pieno la complessità degli stati d’animo che ogni lavoratore e lavoratrice vengono a provare in un momento così difficile per la propria vita. Quello di Laura Spagnolo è un libro capace di risvegliare la coscienza difronte ad un diritto inalienabile, ad oggi gravemente corroso: la dignità umana.

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Recensione a “La Costituzione della Repubblica Italiana” [AA.VV; 2017]

A settantuno anni dalla promulgazione della Costituzione italiana, vi propongo la recensione di questo libro, La costituzione della Repubblica Italiana (Edizioni Q; pp. 137, 2017). Il saggio, oltre a racchiudere il testo completo della Costituzione con i vari emendamenti successivi al 1948, contiene tre approfondimenti a cura di Giovanni Russo Spena, Gaetano Azzariti e Paolo Maddalena. Gli autori accompagnano il lettore verso la necessità di un ripensamento della nostra Carta Costituzionale, un ripensamento che si rende sempre più urgente in un periodo di profonda crisi economica, politica e sociale.

La Costituzione Italiana ed i valori (diritti e doveri) di cui essa si fa portatrice, rientrano nell’alveo di quel costituzionalismo moderno che, in seguito allo sviluppo dell’éra liberale (sì foriera di numerose contraddizioni- messe in luce dalla critica marxistica del modo di produzione capitalistico- ma anche, bisogna riconoscerlo, portatrice di numerose libertà individuali e di principi di autodeterminazione che tutt’oggi costituiscono le fondamenta di ogni organamento costituzionale moderno), si è imposto nelle società a noi contemporanee.

Nell’immediato dopoguerra, si avvertì la necessità di contribuire ad un profondo recupero di quei valori che il conflitto mondiale aveva così brutalmente annichilito. Fu così che comunisti, socialisti, democratici cristiani e liberali, contribuirono alla stesura di quel testo costituzionale che ancora oggi è alla base dell’ordinamento repubblicano italiano. Se da un lato i valori contenuti nella Carta sono indiscutibilmente avanzati, da qualche decennio a questa parte si è disatteso all’osservazione di detti principi. La grande crisi di rappresentatività che attraversa molta parte dei partiti, specialmente quelli collocati a sinistra, ha aumentato il disinteressamento delle masse nei confronti delle azioni politiche, che sempre più spesso non seguono adeguata consultazione. Il Parlamento è stato fortemente impoverito delle sue prerogative. L’ossessione della governabilità ed il revisionismo costituzionale (basti pensare al referendum indetto dal Governo Renzi  il 4 dicembre 2016), hanno sacrificato e continuano a sacrificare i diritti ed i doveri dei cittadini (quella sovranità popolare tanto declamata nell’Art. 1 Cost.) in luogo di una tenacemente difesa esigenza di adeguare il governo nazionale alla lex mercatoria, agli istituti bancari e al mercato. Di qui la sottomissione ai diktat dell’Unione europea, sovente in contrasto con i principi costituzionali. Inoltre, il processo di globalizzazione e l’avanzamento del modo di produzione capitalistico stanno facilitando privatizzazioni e liberalizzazioni di beni che sono di fondamentale importanza, e che invece dovrebbero restare di gestione pubblica. A tal proposito, Paolo Maddalena fa riferimento alla legge  delega Amato-Ciampi del luglio 1990 con la quale si è inteso favorire la privatizzazione delle banche pubbliche; e ancora al decreto legge del luglio 1992, tramite cui l’INA, l’ENEL, l’ENI e l’IRI sono stati privatizzati, senza contare altri settori d’importanza capitale (cfr. pp. 48-49). Di grande interesse è poi la discussione, sempre ad opera di Maddalena, sulla storia della Comunità politica e sull’importanza della gestione collettiva delle risorse (pp.33-39), e sul neoliberismo e sistema Keynesiano (pp.40-50).

In conclusione, ad oggi è necessario incentivare quelle forme di iniziativa e partecipazione popolare che sono alla base di ogni Stato democratico. In questi tempi di regressione politica, sociale ed economica, seguiamo Russo Spena nella sua considerazione della Costituzione come ‘religione civile, nata dalla Resistenza’, ‘fonte della coesione sociale’ e ‘contratto sociale della nostra identità nazionale (p.7). E ancora, secondo Maddalena ‘Il Popolo Italiano deve, dunque, ribellarsi, secondo le regole della nostra Costituzione, a tutte le sopra dette sopraffazioni, nonchè ai tradimenti dei nostri governanti, dando forza all’ “associazionismo” (art. 18 Cost) e alla “cooperazione” (art. 45 Cost.);pp.59-60”.

La Carta costituzionale e lì, invidiata da molti ed applicata da pochi. Basterebbe la volontà di attuarla, senza radicali cambiamenti, per mutare una situazione sempre più tragica.

La critica labriolana ai radicali romani [1890]

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Antonio Labriola, nel corso della sua vita, oltre che di filosofia si occupò anche attivamente di politica. La genesi ed evoluzione del suo pensiero politico non sono affatto lineari e semplici da ricostruire, essendo egli -per parte della seconda metà degli anni Settanta del XIX secolo- vicino agli ambienti della Destra storica, approdando al marxismo solo fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. Fra questi due estremi, vi è una fase in cui egli si trovava vicino a posizioni radicali, che giunse poi a contestare più avanti. In questo articolo riporto un estratto in cui l’autore descrive le sue posizioni polemiche nei confronti dei radicali, che possono fornire un quadro attuale delle direzioni in cui dovrebbe muoversi la ricostruzione di un forte schieramento di sinistra e che per molti versi rispecchiano la crisi a noi contemporanea che è tornata ad attraversare (se mai l’ha abbandonata), la classe lavoratrice. L’opuscolo si intitola Proletariato e Radicali, lettera ad Ettore Socci a proposito del congresso democratico (Roma, 1890). Egli scrive:

“Tocca appunto ai radicali politici, come per dovere, di definire se stessi, e di circoscrivere l’opera propria, non solo di fronte a governi, a conservatori, a moderati progressisti, ma anzi e principalmente per rispetto al proletariato. Perchè due sono i casi. Quelli fra i radicali che sono socialisti, dirò così inconsapevoli, basta che aprano gli occhi sulle cose, e su la ragion dei tempi, ché il resto verrà da sé. Ma quelli i quali dicono, che saranno chi sa mai socialisti domani o quell’altra settimana poi, quelli che immaginano di darsi per socialisti, così per incidente o di sbiego, che trattano la questione sociale come un amminnicolo dei programmi politici, e credono che il socialismo sia uno sport letterario, o un codicillo, una giunta, una nota, una postilla del gran libro del liberalismo, e anzi non vedono nel moto proletario se non la continuazione semplice del moto liberale, e non s’arrendono a persuadersi che la rivoluzione sociale è tutt’altra dalla borghese, nei fini, nei mezzi e nella tattica (…) Ormai quella parte degli operai la quale sa quel che vuole (…) non si lascia più ingannare dalla vana speranza, che le leggi della folla borghese dei parlamenti siano atte oramai ad impedire, che il metodo capitalistico della produzione assorba la piccola proprietà e la piccola industria, e trasformi fatalmente in salariati tutti gli artigiani e piccoli coloni (…)”, esso chiede le “generali condizioni di libertà e di coltura, che gli occorrono per isvolgersi e per affermarsi fortemente e consciamente (…)”.

[In Dal Pane, L. (1975), Antonio Labriola nella politica e nella cultura italiana, pp. 230-231, Einaudi].

Ad oggi appare sempre più attuale ridefinire un movimento di sinistra che si articoli in senso anticapitalista. Il compromesso fin ora portato avanti da un centro-sinistra liberista ha mostrato come tali politiche non siano adeguate a garantire le necessità della classe lavoratrice. Un altro punto fondamentale è la fomazione dei giovani in senso critico-costruttivo, e la necessità che la popolazione prenda coscienza del proprio potenziale e della necessità di adottare un’ottica marxista. Il liberismo, allora come oggi, sta mostrandosi in tutte le sue contraddizioni ed ora si può affermare che, ad oltre cento anni di distanza, se da un lato non  si hanno sulla scena politica quei movimenti di massa che hanno caratterizzato le agitazione dei due secoli scorsi, è altrettanto necessario riportare in auge una coscienza marxista che faccia comprendere come il modo di produzione capitalistico metta a rischio il nostro Pianeta e dunque la sopravvivenza dell’uomo stesso. Capitalismo, militarismo nazionalista e demagogia erano (e sono ancora), con estrema lungimiranza, le tre piaghe sociali che il Labriola riteneva affligessero la società contemporanea.

Storia, Filosofia della storia, sociologia e materialismo storico [A. Labriola, 1902]

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Il presente saggio consiste in una raccolta di appunti intorno alle lezioni del corso di Filosofia della Storia, che Labriola tenne fra il febbraio e maggio 1903, editi da Benedetto Croce nel 1906 per Laterza, due anni dopo il decesso dell’autore. Dal titolo si evince che nel corso della trattazione, i molteplici argomenti trattati fanno riferimento ad una riflessione unitaria sul materialismo storico, un argomento ampiamente ponderato da Labriola.

Egli inizia subito con il puntualizzare che la filosofia della storia deve occuparsi della storia a parte objecti; essa esprime non più ‘un prodotto accidentale di una somma di atti arbitrarii’ ma ‘un che di automaticamente semovente, che rappresenta la somma delle umane attività nel divenire dell’uomo stesso, dallo stato animale fino al presente della sua condizione (p.1692)’. Dunque, sin da quando se ne ha memoria, il metodo di esporre e considerare gli accadimenti storici si è affinato sempre più fino ad acquisire quella scientificità culminante nel XIX secolo. Nonostante ciò, il Labriola si esprime in maniera molto critica riguardo allo statuto di presunta imparzialità dell’attività dello storico essendo questi, come insegna lo stesso materialismo storico, immerso in una realtà concreta in cui molteplici punti di vista concorrono, ‘così che voglio dire che le persone la quali si preparano agli studi storici’ devono giungere ad una ‘adeguata idea dei principi direttivi degli accadimenti, in quanto quei principi sono negli accadimenti stessi (p.1695)’. Attraverso queste direttive, è possibile assegnare dei valori storici agli accadimenti (pp.1696-97), i quali sono necessari per comprendere la multiforme morfologia del processo, in alcun modo riducibile all’idea lineare del progresso. Dunque delle direttive generali, che tuttavia non devono condurre il ricercatore ad adottare i rigidi ed astratti schematismi della sociologia positivista. Come Labriola avrà a precisare nel passo seguente ‘lo storico lavora sempre sull’eterogeneo, un popolo che ne ha conquistato un altro, una classe che ne ha sopraffatto un’altra, dei preti che hanno sopraffatto i laici, dei laici che hanno messo a dovere i preti. Ora tutto ciò è sociologico, ma non è tipico come nella sociologia schematica, percgè cotesto eterogeneo bisogna empiricamente apprenderlo e cotesto apprendimento costituisce proprio il difficile della ricerca storica (…); p. 1701’.

Nel paragrafo III, ultimo dell’intera trattazione, il Labriola fornisce le ragioni per le quali è necessario far salva la denominazione di materialismo storico. Distaccandosi da ogni concezione deterministica di materialismo prevalente nel XVIII secolo, l’aggettivo storico coglie proprio quell’inserimento dell’individuo per entro un’articolata rete di relazioni sociali storicamente determinate, analizzabili anche attraverso i fenomeni sociali, aventi luogo solo in quanto ‘gli individui sono in interdipendenza fra di loro (p.1705)’. Nelle pagine conclusive (1706-1713), l’autore riflette su le definizioni di io e noi utilizzati dalla psicologia sociale, avendo particolare cura nel mostrare come il noi non sia la  ‘somma di individui, perchè ha la sua materia nei legami che corrono fra gli individui, i quali legami sono innanzitutto materiali (p.1709).

In ultima analisi, il materialismo storico si riduce alla constatazione che ‘gli uomini abbiano prodotto il dritto e abbiano tentato le varie organizzazioni, che mettono da ultimo capo nella politica, sempre proporzionalmente al relativo stato della articolazione economica’ e in secondo luogo che le ‘concezioni mitologiche, e quindi anche religiose, degli uomini, e le loro disposizioni morali, siano state rispondenti ad una determinata condizione sociale… (p.1712-13). E’ dunque necessario far luce su ‘la concatenazione degli avvenimenti storici con la preoccupazione continua di fare che essi  non disarmonizzino con la veduta generale (p.1713)’: una tendenza critico-formale al monismo [espressione dello stesso Labriola – cfr. ”Discorrendo di socialismo e filosofia”], che accompagnerà sistematicamente gli scritti del Cassinate sul materialismo storico.

Del materialismo storico [A. Labriola, 1902]

Del materialismo storico è un saggio composto da Antonio Labriola intorno a quella concezione che, in un periodo di grande fermento sia  rispetto al marxismo che alla formazione ed evoluzione del movimento operaio, influenzerà gran parte della teoria marxista nel XX secolo.

L’autore, smentendo sin dalle prime pagine come il materialismo storico non sia da contrapporsi alla sfera ideale e sovrastrutturale, precisa come esso costituisca una generale visione della realtà che prende le mosse da “la obiettiva coordinazione e subordinazione di tutti gli interessi nello sviluppo di ogni società, ed enuncia ciò per via di quel processo genetico, il quale consiste nell’andare dalle condizioni ai condizionati, dagli elementi della formazione alla cosa formata (p.1275)”. Alla base del processo storico stanno quelli che Labriola definisce i “soggetti reali, ossia le forze positivamente operanti (p.1277)”, i quali, con le loro attività plasmano, creano la realtà circostante i cui prodotti reagiscono sui soggetti stessi. Per tale ragioni, l’autore mette in guardia dal considerare i momenti sovrastrutturali, i pregiudizi popolari e religiosi come semplici illusioni. Essi, al contrario, sono le forme dello spirito umano. La nuova teoria giunge dunque alla obiettivazione e naturalizzazione della spiegazione dei processi storici (p.1278). Non più un’ente astratto, ma storicamente determinato, è al centro della riflessione labriolana. La concezione materialistica della storia costituisce dunque la coscienza che l’umanità acquista delle leggi del proprio svolgersi, del proprio divenire. Con una riserva: Labriola, infatti, non è determinista in senso strettamente meccanicistico, e tenderà a sganciare la sua elaborazione teorica da ogni compromettente finalismo. Labriola non è neanche positivista: egli riconosce infatti la portata rivoluzionaria della teoria darwiniana (p.1285), riconosce l’appartenenza dell’uomo al mondo animale e la sua evoluzione organica; ma pone il lavoro come la caratteristica fondamentale che distingue l’uomo dagli altri animali, attraverso cui crea gli strumenti della propria e altrui sussistenza e costruisce intorno a sè il proprio terreno artificiale (pp. 1287-1288). Nelle pagine seguenti, Labriola ribadisce il suo rifiuto per una concezione deterministica, quand’essa comporti la riduzione della volontà umana a mero automatismo (si vedano le lettere engelsiane sul materialismo storico). Anche il progresso pare al Labriola come una concezione del tutto fallace, come un qualcosa di relativo e parziale e sovente alternato a numerosi momenti di regresso, a propria volta rivelantesi nelle antitesi che hanno luogo all’interno dello stato.

Il Labriola si pone in maniera critica soprattutto verso la teoria dei fattori, la  cui impostazione tende a considerare i vari momenti come isolati e a sè stanti. Compito del materialismo storico è invece quello di ricondurre tali branche, in apparenza separate, verso un’unità nel molteplice. L’autore segue dunque ad’illustrare la storicità dei modi di produzione e l’evoluzione dello stato che culmina, secondo la borghesia contemporanea, nello stato liberale. Il materialismo storico ha tuttavia dimostrato che tale forma può essere superata dialetticamente e che attraverso l’azione del proletariato (l’irrazionale), tanto indispensabile al modo di produzione capitalistico quanto artefice del suo superamento, potrà giungersi al modo di produzione comunistico: allora le diseguaglianze economiche saranno eliminate, data l’eliminazione della società divisa in classi.

Nell’ultima sezione, par. IX-XII, l’autore suddivide i momenti sovrastrutturali in momenti di primo e secondo grado, a seconda che essi possano essere più o meno facilmente ricondotti alla struttura economica. I vari momenti sovrastrutturali si articolano tramite la mediazione sociale; la scienza, l’accumulazione della tecnica, deve inoltre fare i conti con l’influenza sempre presente della natura che, per quanto dominata dall’uomo, non cessa mai di esercitare i suoi influssi. In conclusione, l’ideale di progresso tanto vagheggiato dalla borghesia viene risolto, tramite il materialismo storico, nelle antitesi che furono “fino ad ora la causa ed il movente di ogni accadimento storico (p.1368)”. Così, il comunismo critico diventa lo strumento attraverso cui l’uomo si rende consapevole del proprio divenire, attraverso cui esso “dice e predice ciò che è inevitabile accada, per l’immanente necessità della storia, vista e studiata ormai nel fondo della sua sostruzione economica (p.1369)”.

Spiritualità di un materialista

L’ottica strutturalista che pervade gran parte delle concezione che abbiamo della realtà, sovente non permette di cogliere come questa sia un processo, un continuo divenire che non lascia spazio a facili esemplificazioni. Il senso comune (cui Gramsci dette molto peso nelle sue riflessioni), si fonda su un uso e un abuso dello strutturalismo.

La distinzione che separa convenzionalmente lo spiritualismo (o spiritualità) dal materialismo non consente di comprendere come fra queste due categorie possa esserci un’intima connessione. Per molta parte della filosofia contemporanea e moderna si è teso ad associare al materialismo l’idea di una concezione meccanicistica, statica, deterministica dell’universo e degli enti che lo popolano, una concezione a cui il positivismo ha dato ampio sostegno dalla seconda metà del secolo XIX. Molto spesso si è scaduti in un materialismo volgare, fatto coincidere con il semplice edonismo e quindi con la non curanza degli aspetti più spirituali sensu lato. Il complesso dibattito che ha interessato l’evoluzione della concezione materialistica della storia, dalle sue formulazioni più semplici a quelle più articolate può, al contrario, fornire un’idea di materialismo molto meno rigida nella sua definizione categoriale e al contempo in grado di coinvolgere gli aspetti molteplici del reale. E’ da aggiungere che la spiritualità viene intesa ad oggi soprattutto come un elemento sovrastrutturale aderente alla sfera religiosa e a quella del soprannaturale, e sembra che materialismo e spiritualismo si escludano vicendevolmente. E’ tuttavia possibile una sintesi delle due concezioni, delle due visioni del mondo così in apparenza lontane. In Del materialismo storico (1902), Antonio Labriola ebbe a scrivere: “In tutti cotesti concetti, e in tutte coteste ideazioni, che alla luce della critica paiono dei semplici mezzi provvisorii e dei ripieghi di un pensiero immaturo, ma che alla gente colta sembrano spesso il non plus ultra dell’intelletto, si rivela pure e si riflette una non piccola parte del processo umano; e per ciò non sono da considerare come gratuite invenzioni, nè come prodotti di momentanea illusione. Sono parte e momenti di ciò che chiamiamo spirito umano”. Vi è dunque un altro senso di spiritualità, non meno affascinante, che permette di intendere tutte le manifestazioni che prendono il nome di scienza, arte, politica, religione e molte altre come il prodotto del lavoro umano [questo un tema sul quale il Labriola insiste più volte nello scritto], e non in quanto “azioni miracolose d’immaginati iddii ed eroi (…)-inoltre, prosegue il Cassinate- cotesto involucro ideologico delle opere umane ha più volte poi cambiato di forme, di apparenze, di combinazioni e di relazioni nel corso dei secoli…” (p.1279). In sintesi, si può ben avere un senso della spiritualità pur essendo materialista, avere cioè una visione del reale che permetta di coglierne la complessità senza ricorrere al soprannaturale o a forze che siano estranee all’agire umano. Anche perchè, a volte, il materialismo permette di apprezzare e di guardare alla realtà circostante attraverso angolazioni sempre nuove e mai monotone, angolazioni che suscitano tupore, meraviglia e curiosità ogni volta che si contempla la natura o la sua traformazione ad opera dell’uomo.

 

 

 

Il Volume secondo del Libro I de ‘Il Capitale’

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Il secondo volume del Libro I de Il Capitale, composto dei capitoli X-XX, è suddiviso in tre ampie sezioni: le prime due riguardanti il plusvalore relativo ed assoluto, e l’ultima il salario. Marx definisce il plusvalore assoluto quello prodotto “mediante il prolungamento della giornata lavorativa” mentre quello relativo consiste  in ciò che deriva ‘dall’accorciamento del tempo di lavoro necessario e dal corrispondente cambiamento nel rapporto di grandezza delle due parti costitutive della giornata lavorativa’ (p.10). Lo scopo del processo di produzione capitalistica è dunque quello di ricavare plusvalore, ed esso avviene tramite una serie di mutamenti che consentono al capitalista di abbreviare quanto più possibile, fino ad un limite minimo (oltre il quale non si può andare, dal momento che la forza-lavoro necessità di una minima quantità di tempo per la produzione e propria riproduzione), il tempo di lavoro socialmente necessario corrisposto poi in salario all’operaio, affinchè il capitalista stesso possa assicurarsi quanto più tempo di lavoro gratuito. Nelle pagine successive, Marx giunge perciò a delineare la nascita e l’evoluzione dell’industrializzazione, il cui percorso ha testimoniato una graduale quanto repentino sviluppo del modo di produzione capitalistico, contemporaneamente al quale sono coesistiti i modi più antichi di produzione. Molto semplicemente, la base di ogni produzione che non sia artigianale e che diventi dapprima manifatturiera e poi industriale, prevede la cooperazione di un certo numero di operai, sia che essi compiano mestieri differenti o analoghi. Ad economizzare il dispendio di tempo che ha luogo in ogni processo lavorativo, interviene la concentrazione della forza lavoro e dei mezzi di produzione in uno stesso luogo, la fabbrica. Viene così a generarsi quel che Marx definisce ‘operaio complessivo’, ovvero l’insieme di lavoratori e lavoratrici che compiono una serie di funzioni unilaterali e parziali. Data la minore o maggiore complessità di tali operazioni si stabilisce una ‘gerarchia delle forze-lavoro’ (p.49) e a differenza della produzione artigianale dove le qualità individuali incidevano massimamente sul prodotto finale la manifattura ‘genera in ogni mestiere che afferra una classe di cosiddetti operai senza abilità’ (p.49). La situazione degenera considerevolmente con l’introduzione delle macchine nella grande industria. La progressiva evoluzione tecnica comporta l’assegnazione all’operaio di una funzione sempre più insignificante nel processo di produzione e la monotonia dell’operazione fa sì che esso divenga un semplice ingranaggio di un meccanismo più grande. La macchina richiede poi sempre meno forza fisica, cosicchè uomini, donne e bambini indistintamente vengono sfruttati dai capitalisti. Il quadro che Marx delinea dell’Inghilterra vittoriana mostra l’incessante lavoro a cui vengono costretti gli operai, le malattie a cui sono soggetti e il degrado morale e fisico a cui vanno incontro. I più giovani in particolare sono sprovvisti di istruzione e una gran massa di lavoratori rimane sovente disoccupato.

Gli ultimi cinque capitoli costituiscono un’articolata e complessa discussione delle modalità attraverso cui il capitalista tenta di aumentare il plusvalore, il che può avvenire tramite una variazione nella forza produttiva, nell’aumento dell’intensità della forza lavoro o della giornata lavorativa. Altrettanto complessa è infine la discussione intorno al salario e alla sua incidenza sulla vita del lavoratore.

Nell’insieme il secondo volume, come il primo, restituisce una visione sia economico-storica che filosofica. Si potrebbe riflettere su un tema in particolare. Se è certamente vero che l’industria e la tecnologia dalla rivoluzione industriale hanno subìto un’incessante evoluzione progressiva, bisogna pur cercare di comprendere in che luce lo si vuole vedere tale progresso: sembra infatti, e Marx come tanti altri lo ha denunciato, che il modo di produzione capitalistico abbia portato con sè uno spaventoso regresso spirituale.