La critica labriolana ai radicali romani [1890]

Antonio_Labriola

Antonio Labriola, nel corso della sua vita, oltre che di filosofia si occupò anche attivamente di politica. La genesi ed evoluzione del suo pensiero politico non sono affatto lineari e semplici da ricostruire, essendo egli -per parte della seconda metà degli anni Settanta del XIX secolo- vicino agli ambienti della Destra storica, approdando al marxismo solo fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. Fra questi due estremi, vi è una fase in cui egli si trovava vicino a posizioni radicali, che giunse poi a contestare più avanti. In questo articolo riporto un estratto in cui l’autore descrive le sue posizioni polemiche nei confronti dei radicali, che possono fornire un quadro attuale delle direzioni in cui dovrebbe muoversi la ricostruzione di un forte schieramento di sinistra e che per molti versi rispecchiano la crisi a noi contemporanea che è tornata ad attraversare (se mai l’ha abbandonata), la classe lavoratrice. L’opuscolo si intitola Proletariato e Radicali, lettera ad Ettore Socci a proposito del congresso democratico (Roma, 1890). Egli scrive:

“Tocca appunto ai radicali politici, come per dovere, di definire se stessi, e di circoscrivere l’opera propria, non solo di fronte a governi, a conservatori, a moderati progressisti, ma anzi e principalmente per rispetto al proletariato. Perchè due sono i casi. Quelli fra i radicali che sono socialisti, dirò così inconsapevoli, basta che aprano gli occhi sulle cose, e su la ragion dei tempi, ché il resto verrà da sé. Ma quelli i quali dicono, che saranno chi sa mai socialisti domani o quell’altra settimana poi, quelli che immaginano di darsi per socialisti, così per incidente o di sbiego, che trattano la questione sociale come un amminnicolo dei programmi politici, e credono che il socialismo sia uno sport letterario, o un codicillo, una giunta, una nota, una postilla del gran libro del liberalismo, e anzi non vedono nel moto proletario se non la continuazione semplice del moto liberale, e non s’arrendono a persuadersi che la rivoluzione sociale è tutt’altra dalla borghese, nei fini, nei mezzi e nella tattica (…) Ormai quella parte degli operai la quale sa quel che vuole (…) non si lascia più ingannare dalla vana speranza, che le leggi della folla borghese dei parlamenti siano atte oramai ad impedire, che il metodo capitalistico della produzione assorba la piccola proprietà e la piccola industria, e trasformi fatalmente in salariati tutti gli artigiani e piccoli coloni (…)”, esso chiede le “generali condizioni di libertà e di coltura, che gli occorrono per isvolgersi e per affermarsi fortemente e consciamente (…)”.

[In Dal Pane, L. (1975), Antonio Labriola nella politica e nella cultura italiana, pp. 230-231, Einaudi].

Ad oggi appare sempre più attuale ridefinire un movimento di sinistra che si articoli in senso anticapitalista. Il compromesso fin ora portato avanti da un centro-sinistra liberista ha mostrato come tali politiche non siano adeguate a garantire le necessità della classe lavoratrice. Un altro punto fondamentale è la fomazione dei giovani in senso critico-costruttivo, e la necessità che la popolazione prenda coscienza del proprio potenziale e della necessità di adottare un’ottica marxista. Il liberismo, allora come oggi, sta mostrandosi in tutte le sue contraddizioni ed ora si può affermare che, ad oltre cento anni di distanza, se da un lato non  si hanno sulla scena politica quei movimenti di massa che hanno caratterizzato le agitazione dei due secoli scorsi, è altrettanto necessario riportare in auge una coscienza marxista che faccia comprendere come il modo di produzione capitalistico metta a rischio il nostro Pianeta e dunque la sopravvivenza dell’uomo stesso. Capitalismo, militarismo nazionalista e demagogia erano (e sono ancora), con estrema lungimiranza, le tre piaghe sociali che il Labriola riteneva affligessero la società contemporanea.

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