Recensione del I volume [I Libro] de “Il Capitale; K. Marx; 1867

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Recensire un’opera come Il Capitale, non è certo compito semplice, e la densità di concetti espressi nel saggio può appesantirne la lettura. Ciò a cui bisogna dar credito a Marx è tuttavia la lucidità e chiarezza dell’esposizione che permette una generale comprensione del testo. Per tale ragione, in questa sede tento di dare un’esposizione per sommi capi, senza distorcere il significato complessivo del saggio, del primo volume del Libro I.

Il primo capitolo è dedicato alla definizione di merce e al suo possedere sia un valore d’uso che un valore di scambio. Il primo fa riferimento alla sua utilità, il secondo alla sua relazione con le altre merci, come verrà chiarito in seguito. Per misurare il valore di una merce viene tenuta in conto la quantità di tempo socialmente necessario alla sua produzione. Dunque nella merce si oggettiva una quantità determinata di lavoro umano astratto. Quando la merce entra a far parte del movimento della circolazione, ossia giunge sul mercato, il suo possessore si trova con altri possessori di merci ad effettuare uno scambio. Lo scambio, ovviamente, avviene per soddisfare un bisogno materiale, dunque viene ceduto un non valore d’uso per il possessore della merce ad un altro possessore che ne necessita, per il quale la merce ottenuta è valore d’uso. La forma relativa del valore di una merce può esser quantificata solamente attraverso la comparazione con un altro genere di merce che assume la forma di equivalente. In teoria, vi sono tanti equivalenti generali quante sono le merci, ed è questo il difetto della forma di valore totale o dispiegata. E’ necessario dunque che una merce in particolare, in questo caso l’oro, venga convenzionalmente riconosciuta come equivalente generale. L’oro, nella trattazione marxista, è oggetto di una complessa discussione che risale fino alla teoria dei prezzi, della loro determinazione e funzione nel movimento di scambio: una teoria per la cui comprensione si rimanda il lettore direttamente al testo originale. Le merci dunque, non sono entità fisse. Al contrario esse vanno incontro ad un movimento di trasformazione formale che può essere specificato attraverso varie formule. Ad esempio M(erce)-D(enaro)-M(erce) è la trasformazione che si verifica quando dalla vendita di un prodotto si ricava del denaro con il quale si acquista un’altra merce. Marx definisce M-D la prima metamorfosi del movimento che si caratterizza come processo bilaterale, ovvero vendita da un lato e compera dall’altro. Anche la seconda e conclusiva metamorfosi del movimento D-M, è allo stesso tempo sia compera che vendita, ma “poichè il produttore fornisce solo un prodotto unilaterale, lo vende spesso in quantità piuttosto grandi, mentre i suoi molteplici bisogni lo costringono a frantumare in numerose compere il prezzo realizzato ossia la somma di denaro pagatagli. Una vendita sbocca quindi in molti acquisti di merci differenti. La metamorfosi conclusiva d’una sola merce costituisce quindi una somma di prime metamorfosi di altre merci (p. 124)”. A questo movimento se ne affianca un altro: D(enaro)- M(erce)- D(enaro). Tuttavia, scambiare denaro contro denaro per lo stesso valore non ha alcun senso. Diventa evidente che affinchè abbia un’utilità il processo porti con sè un incremento di denaro D’= D+ΔD. Questo non è ancora il processo di produzione del capitale, che a sua volta poggia sulla creazione di plusvalore. Ma andiamo con ordine. Quando sul mercato si immette il possessore (l’operaio) di una merce (la forza- lavoro), esso si trova apparentemente sullo stesso livello giuridico del compratore della merce, il capitalista. La forza-lavoro ha tuttavia una peculiarità, quella di essere valore che si valorizza. Essa è la parte variabile del capitale, che a sua volta contiene una parte costante (mezzi di produzione e ausiliari). L’operaio non può cedere la sua forza-lavoro in blocco, altrimenti essa si esaurirebbe immediatamente. La forza-lavoro deve essere comperata dal capitalista per una determinata quantità di tempo. Allo stesso tempo, l’operaio deve essere in grado di riprodurre in condizioni socialmente normali la propria forza lavoro ogni giorno, cosicchè egli possa venderla ripetutamente. Per tale ragione, egli necessita di una determinata quantità di tempo per riprodurre i propri mezzi di sussistenza, mentre le restanti ore di lavoro (pluslavoro) vengono utilizzate per generare plusvalore. E’ perciò nell’indole del capitalismo, paragonato da Marx ad un vampiro che riduce allo stremo la forza-lavoro, prolungare quanto più la giornata lavorativa. Scrive Marx: “poichè il valore del capitale variabile è uguale al valore della forza lavoro da esso acquistata, poichè il valore di questa forza lavoro determina la parte necessaria della giornata lavorativa, e il plusvalore è determinato a sua volta dalla parte eccedente della giornata lavorativa, ne segue che il plusvalore sta al capitale variabile nello stesso rapporto che il pluslavoro sta al lavoro necessario; cioè il saggio di plusvalore è: p/v= pluslavoro/ lavoro necessario. (…) Quindi il saggio del plusvalore è l’espressione esatta del grado di sfruttamento della forza lavoro da parte del capitale, cioè dell’operaio da parte del capitalista(p. 237)”.

Proprio tale sfruttamento aveva condotto a denunciare in molte fabbriche inglesi le condizioni in cui si venivano a trovare i lavoratori, in particolare donne e bambini. Il bisogno incessante di ottenere plusvalore aveva condotto ad aspre lotte di classe fra proletari e capitalisti che in Inghilterra ebbero la loro manifestazione più evidente, essendo questa la nazione europea con il più alto grado di sviluppo industriale. Il capitolo conclusivo “Saggio e massa del plusvalore”, trae alcune considerazioni generali alla luce di ciò che viene discusso nelle pagine precedenti. Marx giunge così a formulare alcune leggi che nel considerare la massa di plusvalore prodotto, necessitano di tener conto della somma del capitale variabile anticipato e della quantità di forza-lavoro impiegata (p.332), la differenza di quantità di capitale variabile che può essere impiegata nei vari rami di produzione (p.335) e la maggiore o minore variabilità della popolazione da cui ottenere forza lavoro (p.337).

In conclusione Marx evidenzia che “Se consideriamo il processo di produzione dal punto di vista del processo lavorativo, l’operaio non trattava i mezzi di produzione come capitale, ma come semplice mezzo e materiale della sua attività produttiva adeguata allo scopo (…) Le cose stanno diversamente non appena consideriamo il processo di produzione [si veda p. 205 per il processo di produzione inteso come ‘unità di processo lavorativo e di processo di formazione di valore’] come processo di valorizzazione. I mezzi di produzione si trasformano subito in mezzi di assorbimento del lavoro altrui. Non è più l’operaio che adopera i mezzi di produzione, ma i mezzi di produzione che adoperano l’operaio. Invece di venire da lui consumati come elementi materiali della sua  attività produttiva, essi consumano lui come fermento del loro processo vitale; e il processo vitale del capitale consiste solo nel suo movimento di valore che valorizza se stesso (p.339)”.

In questo primo volume, i concetti espressi sono molteplici, e le parti su cui ci si deve soffermare per riflettervi sono altrettante. Nonostante ciò, Marx riesce ad integrare una riflessione schiettamente teorica con una grande mole di dati empirici per sostenerla. Si comprende dunque come la lettura, seppur possa risultare ostica e non scorrevole in più punti, possa fornire una maggiore capacità di analisi per comprendere il modo di produzione capitalistico nei suoi più minuziosi particolari. Se si escludono l’evoluzione tecnica dei mezzi di produzione, della circolazione e distribuzione delle merci, è manifesto come la teoria del plusvalore sia di grande utilità per comprendere il vortice capitalistico che ogni giorno di più si rende patente ai nostri occhi.

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