Recensione a “L’arte non può che essere rivoluzionaria”

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[Lissitsky, ‘Colpisci i bianchi con il cuneo rosso’, 1919]

“L’arte non può che essere rivoluzionaria” è il titolo della conferenza tenutasi ad Aprilia sabato 24 novembre 2018, presso la sede de “La Comune”, luogo in cui Rifondazione Comunista e Sinistra Anticapitalista operano congiuntamente. Le relazioni, a cura di Michele Azzerri ed Eliana Como, hanno introdotto il pubblico al periodo delle avanguardie russe, sviluppatesi a partire dagli anni Dieci del XX secolo, la cui elaborazione fu contemporanea e conseguente  a quel complesso periodo di transizione che testimoniò la caduta dello zarismo e l’instaurazione del socialismo reale.

E’ da notare come tali correnti artistiche siano in connessione con molte altre espressioni pittoriche originatesi in Occidente pochi anni prima, basti pensare al futurismo italiano o al cubismo francese. Tanto questi movimenti quanto le avanguardie russe furono centrali nel ridefinire il ruolo della prospettiva, del colore, della luce e delle forme nella pittura. A tal proposito si può citare il suprematismo cui fece riferimento Kazimir  Malevič, con la serie “Quadrato nero su fondo bianco”, “Quadrato rosso” e “Quadrato bianco su fondo bianco”. E’ evidente che una tale concezione dell’arte mirava a distanziarsi da tutta quella tradizione che si rifaceva alla rappresentazione della realtà oggettiva. Al centro della contestazione suprematista e costruttivista allo stesso tempo, vi è l’idea dell’arte come espressione della soggettività dell’artista stesso. Un altro movimento degno di nota è il raggismo, fra gli esponenti del quale si annoverano Larionov e Gončarova. Nelle loro opere può facilmente scorgersi un’influenza da parte di quei pittori italiani come Filippo Marinetti e Giacomo Balla che, attraverso il futurismo, introdussero l’uso di colori vivaci, talvolta sovrapposti, al fine di creare un innovativo gioco di luci. Non va dimenticato, inoltre, che le donne (si prenda ad esempio la Gončarova) ebbero un ruolo non secondario nello sviluppo e diffusione dell’arte rivoluzionaria. Questi fenomeni furono tuttavia destinati ad esaurirsi con l’avvento della dittatura staliniana. Numerosi artisti furono costretti a rifugiarsi al di fuori dell’Unione Sovietica, e Stalin accelerò il ritorno al realismo volto alla celebrazione del regime, il cosiddetto realismo socialista.

Nonostante ciò, vi furono numerose dispute sul modo in cui l’arte doveva essere intesa: Leon Trotsky, che ferocemente criticò la dittatura staliniana, è da ricordarsi fra coloro che posero particolare attenzione al rapporto fra arte e rivoluzione socialista. Attraverso l’utilizzo, anche in questo ambito, della dialettica marxista (impostata sulla rigida opposizione di struttura e sovrastruttura), Trotsky era consapevole che l’arte costituiva un momento dello spirito la cui espressione era condizionata dalla società cotemporanea e dalle precedenti costruzioni storico sociali; ma era altresì convinto che l’arte potesse penetrare a fondo l’animo umano, rendendo possibile la propria elevazione al di sopra della “limitatezza della vita del tempo in cui è prodotta”. Avviene così che l’arte esuli facilmente dai condizionamenti oggettivi e politici durante il periodo di transizione (“L’arte non è il campo in cui il partito è chiamato a comandare”) e che venga richiamata a costituire l’espressione più libera di tali cambiamenti.

Per quanto potesse essere duraturo e indefinito il processo transitorio verso il socialismo, per Trotsky era fondamentale che l’arte non fosse più, una volta terminata la transizione, costretta da determinate necessità dell’uomo. Al contrario, è necessario giungere ad una cultura di massa attraverso cui l’umanità riesca a liberare le proprie potenzialità creatrici, affinché essa possa dedicarsi “interamente alla conoscenza, al mutamento e al miglioramento dell’universo”.

L’avvento del comunismo, in sostanza, non doveva basarsi solamente su un rivolgimento dei rapporti di produzione economica ma, parallelamente a questo e a partire da questo, l’uomo avrebbe conosciuto un netto miglioramento della spiritualità sensu lato: una spiritualità che, allora come oggi, il capitalismo sta barbaramente annichilendo.

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