Lettere sul materialismo storico [F. Engels]

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Nelle “Lettere sul materialismo storico” (*), Engels espone ai suoi interlocutori la teoria da lui e da Marx elaborata. Secondo la loro concezione, al fine di comprendere la società umana e le sue contraddizioni, è necessario ricercare nei fattori materiali la spiegazione di queste: fra tutti, sono le condizioni economiche ad essere determinanti. Nelle righe seguenti, sono riportati alcuni esempi. Engels scrive:

Il fattore che è in ultima istanza è determinante nella storia è la produzione e la riproduzione della vita reale”

[a Joseph Bloch, 21 settembre 1890]

“… l’intero grande corso delle cose si svolge nella forma dell’azione e reazione reciproca, anche se di forze molto ineguali, tra cui il movimento economico è di gran lunga il più forte, il più originario, il più decisivo…”

[a Conrad Schmidt, 27 ottobre 1890]

L’economia, i rapporti di produzione, sono la base da cui derivano le sovrastrutture della società, quali la cultura, la politica, la morale, la legge etc.

” i diversi momenti della sovrastruttura… esercitano pure la loro influenza sul corso delle lotte storiche e in molti casi ne determinano la forma in modo preponderante”

[a Joseph Bloch, 21 settembre 1890]

Non che le sovrastrutture non abbiano alcun’influenza; ma esse sono a loro volta determinate dalla struttura economica. Ad esempio, la legge viene promulgata per stabilire argini giuridici che controllino l’attività economica. Così Engels scrisse nell’ottobre 1890:

“il giurista s’immagina di operare con proposizioni a priori, mentre queste non sono pertanto che riflessi economici”

[a Conrad Schmidt, 27 ottobre 1890]

In tutto ciò, che ruolo ha l’uomo? Le sue azioni volontarie si intrecciano con le altre di altrettanti enti singoli, ed esse hanno influenza sul corso della storia: tuttavia, la collisione degli interessi individuli e la loro interazione reciproca fa sì che la forza risultante produca il cieco caso. la necessità delle azioni individuali si contrappone dunque alla casualità che è la manifestazione finale di dette interazioni.

“I loro sforzi si contrappongono gli uni agli altri, ed è questa appunto la ragione per cui in ogni società di questo genere regna la necessità, di cui è complemento e forma di manifestazione il caso”

[a Heinz Starkenburg, 25 gennaio 1894]

e ancora:

“esistono dunque innumerevoli forze che si incrociano, esiste un numero infinito di parallelogrammi di forze da cui esce una risultante, l’avvenimento storico, che può essere considerato a sua volta come il prodotto di una forze che agisce come un tutto, in modo incosciente e cieco”

[a Joseph Bloch, 21 settembre 1890]

Da queste lettere emerge una concezione del materialismo storico oramai compiuta. La scelta degli autori del testo da cui sono tratte le epistole permette di focalizzare l’attenzione sugli aspetti fondamentali della teoria, ovvero l’interazione tra struttura e sovrastruttura e le implicazioni di tale interazione sulla società.

* Engels,F. (1966), in Marx, K. e Engels, F., Le opere, pp. 1238-1253, Editori Riuniti

Perchè la teodicea non può conciliarsi con il materialismo storico?

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La teodicea è quella branca della teologia che cerca di trovare una giustificazione metafisica riguardo al problema del ‘male’ nel mondo. La conciliazione degli opposti, quale problema filosofico, ha origini antiche. Una tale dottrina è però incompatibile con una concezione materialistica della storia. Se vogliamo, la teodicea è rassicurante; il materialismo storico, invece, destabilizzante. Quest’ultimo infatti, ponendo l’uomo e le sue azioni quali attori nel procresso storico trasferisce sugli individui la responsabilità degli atti compiuti.

Affermare che uno Stalin, un Hitler fossero uomini come tutti, non ingannati dal demonio, ma con una propensione al terrorismo e alla criminalità, crea un disagio emotivo e morale forte. E tale disagio si manifesta nel pensare che in ognuno di noi la coscienza possa mutare tutt’un tratto senza sapere in quale direzione.

E’ necessario, secondo un’impostazione materialistica, sganciarsi da ogni residuo trascendentale di conforto. Questo perchè, e la storia lo dimostra egregiamente, soltanto l’uomo con la sua attività creatrice è in grado di trasformare ed imprimere una direzione alla realtà. Il mutamento dei rapporti storico sociali e materiali è certo un compito molto difficile, data la complessità delle relazioni e delle forze che intervengono nella società. Ma è altresì vero che le condizioni in cui ci si trova non sono eterne e immutabili, ma storicamente transitorie. Lo affermava Marx in polemica con Proudhon (ne riparleremo); ne era convinto anche Gramsci quando formulò la teoria dell’egemonia: una classe che otteniene il dominio nella società, ne condiziona la cultura e la vita sociale. Del resto, lo strutturalismo teodiceo impedisce di cogliere la varietà di manifestazioni possibili: il pensiero non si manifesta in dicotomie nette, esistono varie gradazioni in cui la razionalità si attua. Ecco dunque che fra l’assolutamente razionale e l’assolutamente irrazionale vi è una serie di spiegazioni che tendono a ridurre l’ultimo a una conseguenza del primo, della coscienza umana. La scienza ha il compito di cogliere l’essenza di questa, e di fondare su basi esclusivamente empiriche le cause delle azioni e gli effetti di queste nella storia.

Il filosofo liberale Benedetto Croce sosteneva che non ci fosse attività umana al di fuori della storia è che fosse superfluo:

“cercare il significato della storia; ossia andare in cerca, fuori o sopra di essa, di quel significato che essa ha già in sé, nella realtà e verità dell’esser suo, in ogni mente che la pensa, a ogni moto della vita, la quale non va mai disgiunta dall’intelligenza del proprio fare, ossia della propria storia”(*).

Il Croce ci parla anche di una razionalità (intesa quasi come necessità) della storia ed una razionalità dell’imperativo morale: queste due forme spesso non coincidono, e quando un evento considerato immorale accade, ad esso risponde solo la coscienza individuale; non v’è bisogno di ricorrere ad elementi trascendentali.

In conclusione:

“Bene e male, e i loro contrasti… non sono effetto di una forza estranea alla vita… ma sono nella vita stessa, e sono la vita stessa…” (**)

e ancora:

“…se la storia non è punto un idillio… è un dramma in cui tutte le azioni, tutti i personaggi… sono colpevoli-incolpevoli…” (***)

Alla luce di questa breve discussione, risulta difficile se non superfluo alla comprensione del processo storico, teorizzare una causa agente al di fuori di esso, la cui essenza è il risultato dell’attività del pensiero umano.

**Croce,B. (1937), L’attività morale, in Benedetto Croce, Filosofia, poesia e storia, pp. 517-520 Ricciardi Editore

***Croce,B. (1937), la storia come storia della libertà, in Benedetto Croce, Filosofia, poesia e storia, pp. 520-23, Ricciardi Editore

*Croce,B. (1941), Contro la storia universale e i falsi universali, in Benedetto Croce, Filosofia, poesia e storia, pp. 454-482, Ricciardi Editore

 

Da Marx a Bill Gates: materialismo storico ed ‘economico’

2010-06-26-money.jpgL’analisi scientifica che Marx elaborò della società contemporanea, dominata dal modo di produzione capitalistico, seppe cogliere con lucidità l’importanza che i rapporti materiali, economici in gran parte, avessero nel trasformare la società: é questa la teoria che prende il nome di materialismo storico (affronteremo la questione in un post su L’ideologia tedesca e le Lettere sul materialismo storico). E’ un inutile dispendio di energie cercare di separare soggetto e oggetto, l’individuo dal pensiero, la struttura economica dalle sovrastrutture da essa derivanti: è inutile, cioè, credere che l’uomo non abbia parte attiva nella creazione della realtà circostante. Quella del materialismo storico è una teoria che studia le condizioni sociali dell’era capitalistica, ne mette in luce le contraddizioni e le soluzioni- interne al processo storico– per risolverle. Da questa definizione di materialismo se ne ricava un’altra, non meno importante: quella di materialismo economico. L’attaccamento ai beni materiali, la spirale consumistica (alla cui rappresentanza ho eletto, arbitrariamente, Bill Gates) che deriva proprio dal modo di produzione capitalistico da Marx studiato, é la conseguenza prevedibile di una logica basata esclusivamente sul profitto. La società in cui viviamo richiede sempre più attenzione alle apparenze, al continuo acquisto di beni superflui che pure hanno un’inspiegabile attrazione sulle masse. Tutto diviene merce, nulla conserva più quella spiritualità che è propria dell’uomo: ed egli, come un’automa, esegue gli ordini del mercato. E’ sufficiente volgere lo sguardo alla vita quotidiana per rendersi conto di quanto la mercificazione investa la società: dalla musica, al cinema, alla scrittura, alla tecnologia, all’istruzione e alla salute. Il grande capitalista non ha timore di impoverire la vita spirituale dell’uomo (spiritualità che, bene inteso, non riguarda solo il credente, ma è la più profonda manifestazione dell’uomo di interpretare e comprendere la realtà, interagendo con essa). Il profitto uccide l’uomo. Il capitalismo uccide l’uomo. Chi accusa i socialisti di condurre una battaglia contro i mulini a vento, non si accorge o non vuole vedere i veri problemi che affliggono la società. L’Italia continua a stipulare accordi con multinazionali straniere per l’importazione di prodotti alimentari,la cui sicurezza è taciuta, le infrastrutture* sono lasciate cadere a pezzi, i tumori e le patologie terminali aumentano. Ma non siamo in grado di reagire: non leggiamo più libri, ci affidiamo all’industria (anch’essa capitalistica) del giornalismo e dell’informazione scadente e stracolma di falsità, ci lasciamo guidare da politiche di demagogia. Stiamo perdendo il senso critico nei confronti della realtà, un senso critico che con l’ausilio  della filosofia -si studiasse- incrementerebbe notevolmente la capacità di reagire ai soprusi, di individuare i veri problemi di un paese e di risolverli, senza appellarsi al trascendentale, nell’immanente. L’uomo deve riappropiarsi delle proprie competenze per costruire una società radicalmente diversa. Non è utopismo: si tratta di fare propria una filosofia della prassi, marxista, che è più attuale di quanto si pensi.

“Esattamente all’opposto di quanto accade nella filosofia tedesca, che discende dal cielo sulla terra, qui si sale dalla terra al cielo”, affermava Marx, sottolineando la necessità di un rovesciamento delle condizioni d’esistenza per liberare l’uomo dall’oppressione dei suoi simili.

*per approfondire, allego un articolo di Sinistra Anticapitalista sul crollo del ponte Morandi, a Genova:

Crollo del Ponte Morandi: disastro inevitabile o tragedia del capitalismo?

Recensione a “Espansione europea e capitalismo. 1450-1650”

IMG_20180813_171924.jpg[Braudel, F. (1997),Espansione europea e capitalismo. 1450-1650, pp.88, Il Mulino]

Nel presente saggio, lo storico Fernand Braudel traccia un quadro generale riguardante gli sviluppi economici e sociali che attraversarono il “lungo XVI secolo”, un periodo circoscritto fra il 1450 e il 1650. In quel lungo secolo, l’Europa conobbe una fase espansiva rapida: la colonizzazione del Nuovo Mondo permise lo sfruttamento di risorse minerarie; l’aumento delle tratte marittime in tutt’Europa fece crescere l’economia. Si venne a creare una sorta di fase precapitalistica, dissimile da quel capitalismo del XIX secolo, ma non  meno importante. Se nel Medioevo prevalsero i titoli di credito e le lettere di cambio, la velocizzazione dei trasporti fece sì che si ritornasse allo scambio diretto di merci; gli agenti di fiducia cedono il posto alla formazione di consorzi fra commercianti. Ingenti capitali vengono prestati da banchieri a sovrani per finanziare guerre e colonie: molte banche conoscono per questo la rovina. Come evidenziato nel libro, una prosperosa crescita economica non portò sempre al miglioramento delle condizioni di vita. Fra il 1530 e il 1560 esplose  una crisi economica. I successivi sessant’anni videro una fase di espansione, a cui seguì una nuova contrazione. La recessione fu soprattutto causata dall’esaurimento delle risorse aurifere nel continente americano, e  gli effetti colpirono Asia, Europa e America. Si formarono stati protocapitalistici che tuttavia non interagirono se non debolmente. Le condizioni di vita, l’andamento demografico, le merci di cui si abbisognava variavano di luogo in luogo. Dopo un nuovo periodo di ristagno nel XVII secolo, si ebbe una ripresa che dal Settecento vide la luce con la Rivoluzione Industriale, un’espansione anche qui non accompagnata necessariamente da migliori condizioni di vita.

Il quadro che emerge dal saggio è quello di un periodo di fermento economico-sociale, in cui l’Europa assume un ruolo dominante, aprendo la strada alla vera e propria economia capitalistica dei secoli successivi. Perchè l’Europa abbia avuto un tale ruolo, non è facile da stabilire, a causa anche della scarsità di documenti rimastici.

Non è certo appropriato, nello studio dell’economia precapitalistica del “lungo XVI secolo”, adottare una prospettiva eurocentrica che porti alla svalutazione delle altre culture extraeuropee, peraltro ricchissime di storia propria. Quel che è sicuro, è che un fortunato susseguirsi di contingenze storico-sociali ha permesso una notevole crescita sotto molti aspetti, permettendo così al continente europeo di creare un dominio sui mari e sulle nuove terre emerse. A quale prezzo? I genocidi delle popolazioni indigene, lo schiavismo, le carestie e le guerre civili basterebbero a rispondere.

Tesi su Feuerbach [K.Marx, 1845], pt.2

marx-feuerbachLe tesi qui riportate sono la IV, la V e la VI. Con il prossimo post terminerò la discussione di queste tesi*.

IV

Feuerbach prende le mosse dal fatto dell’auto-estraniazione religiosa,  della duplicazione del mondo in un mondo religioso e uno mondano. Il suo lavoro consiste nel dissolvere il mondo religioso nella suo fondamento mondano. Ma [Il fatto] che il fondamento mondano si distacchi da se stesso e si costruisca nelle nuvole come regno fisso e indipendente è da spiegarsi soltanto con l’auto-dissociazione e con l’auto-contraddittorietà di questo fondamento mondano. Questo fondamento deve essere perciò in se stesso tanto compreso nella sua contraddizione, quanto dissolto praticamente. Pertanto, dopo che per esempio la famiglia terrena è stata scoperta come il segreto della sacra famiglia, è proprio la prima a dover essere dissolta teoricamente e praticamente

V

Feurbach, non soddisfatto del pensiero astratto, vuole [aggiungervi] l’intuizione; ma egli non concepisce la sensibilità come attività pratica umana sensibile.

VI

Feuerbach risolve l’essenza religioso nell’essenza umana. Ma l’essenza umana non è qualcosa di astratto che sia immanente all’individuo singolo. Nella sua realtà, essa è l’insieme dei rapporti sociali.

Feuerbach, che penetra nella critica di questa essenza reale, è perciò costretto:

  1. ad astrarre dal corso della storia, a fissare il sentimento religioso per sé e a presupporre un individuo umano astratto, isolato;
  2. L’essenza può dunque da lui esser concepita soltanto come ‘genere’, cioè come universalità interna, muta, che leghi molti individui naturalmente.

 

Discussione:

Feuerbach aveva evidenziato come la religione, gli dèi, non fossero altro se non  la proiezione degli attributi dell’uomo su un ente estraneo all’uomo stesso.  L’uomo ha trasferito i suoi attributi a una divinità, che di fatto diviene antropomorfa. Egli si è dunque alienato nella religione.

Marx spiega questa  alienazione asserendo che l’uomo si aliena nella società in cui vive a causa dell’esistenza della proprietà privata. L’uomo non si riconosce più nel prodotto del suo lavoro, lo concepisce come oggetto a sé estraneo. La risoluzione pratica, di cui Marx parla nella IV tesi, della famiglia terrena, sta ad indicare la necessità di risolvere prima le contraddizioni della società umana che generano alienazione nell’uomo; solo in seguito si potrà comprendere appieno il fenomeno dell’alienazione religiosa.

La V tesi riprende nei temi la I: la realtà appare all’uomo come estranea, non come prodotto della propria attività.

La VI tesi è invece improntata sulla IV. Marx contesta a Feuerbach l’aver concepito l’uomo come ente singolo, astratto dalla concatenazione dei rapporti sociali in cui è immerso. L’individuo viene dunque definito dai critici come ‘sociale-storico’. L’astrazione che dell’uomo fa Feurbach nella sua analisi, non permette di coglierne il lato pragmatico e di collocare l’uomo e le sue azioni in un preciso contesto storico.

 

* Per il testo e la discussione, qui rielaborata, si veda:

Marx, K. e Engels, F. (1966), Le Opere, a cura di Gruppi, L., pp. 1288

Recensione a “Il Programma Socialista” [K. Kautsky, 1914]

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[Kautsky, K. (1914), Il Programma Socialista, pp. 285, Milano: Società Editrice ‘Avanti’]

 

Quel che vi propongo oggi è un vero documento storico. Si tratta de Il Programma Socialista di Karl Kautsky. La prima edizione in tedesco risale al 1892, quella che ho io al 1914. Di facile lettura, anche se un po’ tecnico in alcuni punti, il Programma offre al lettore una vasta visione dei principi della democrazia socialista. Dopo un elaborato excursus storico sul passaggio dalla piccola impresa al modo di produzione capitalistico, viene messa in luce con estrema lucidità la condizione di miseria in cui versa il proletariato industriale, lo sfruttamento di uomini, donne e bambini, la crescente disoccupazione che porta alla creazione di un ‘esercito proletario di riserva’ (Marx), e la nascita del ‘proletariato pezzente’, ovvero quel ceto costituito da infermi, poveri e inadatti a svolgere un un impiego nell’industria. Un realtà sconvolgente, dove dilagano povertà, prostituzione, morte. Fin quando il socialismo e la classe operaia non avessero acquisito la consapevolezza del proprio ruolo rivoluzionario, poco si sarebbe potuto ben fare. Un approccio riformistico sarebbe risultato vano, era invece necessario un rivolgimento completo delle vecchie istituzioni. Il capitalismo andava abbattuto, in suo luogo la produzione socialistica e comunistica avrebbero preso il sopravvento. Gli artigiani e i piccolo borghesi avrebbero trovato un interesse comune a quello della classe operaia. Nel testo, non si condanna ogni genere di proprietà privata, ma solamente quella dei mezzi di produzione che causa sfruttamento di altri lavoratori e lavoratrici. Si auspica dunque il ritorno ad una produzione limitata allo stretto necessario. Kautsky si allontana anche dal socialismo utopista,e sulla scia degli studi marxisti, propone uno studio scientifico della società. In un mondo dove ogni cosa è merce, persino la cultura, Kautsky sprona gli operai alla solidarietà internazionale di classe contro gli sfruttatori capitalisti e contro gli stessi operai, che, distaccandosi dal resto della classe,vanno a formare un’aristocrazia proletaria. Il sistema capitalistico è pieno di contraddizioni interne che paradossalmente ne causano la rovina. La caduta tendenziale del saggio di profitto è una di queste: l’investimento crescente in macchinari per l’industria diminuisce il salario da corrispondere all’operaio; esso si impoverisce sempre di più, non è più in grado di acquistare i prodotti e si genera un ristagno di merci invendute. La concorrenza fra paesi capitalisti porta inoltre a guerre spesso molto violente, dove l’industria pesante viene privilegiata, soggiungono carestie, crisi demografiche e povertà.

Il tema della lotta al capitalismo è oggi molto attuale: la globalizzazione, la libera concorrenza, la crescente monopolizzazione dei settori comprime la piccola e media impresa, si vive per il profitto e non ci si fa problemi a mercificare ogni aspetto della nostra vita: dalla salute, all’istruzione, al mangiare, al rapporto fra i sessi. La ‘prostituzione dell’io’ di cui parla Kautsky è espressione forte, che tuttavia rispecchia una realtà che rincorre il profitto in ogni cosa, senza curarsi di quella magnifica essenza umana che scompare ogni giorno di più.

Tesi su Feuerbach [K.Marx, 1845], pt. 1

marx-feuerbach.jpgLe Tesi su Feuerbach furono scritte da  Karl Marx nel 1845, pubblicate poi postume nel 1888 da Friedrich Engels in Ludovico Feuerbach e il punto di approdo della filosofia classica tedesca. Le Tesi sono undici, e in esse Marx spiega le differenze che lo discostano dal contemporaneo filosofo tedesco, Feuerbach, appunto.

Ve le propongo in attesa di pubblicare la prossima recensione; posto solo le prime tre, le altre verranno discusse in seguito*.

[Il corsivo é originale, il grassettol’ho inserito io]

I

Il difetto principale di ogni materialismo fino ad oggi, compreso quello di Feuerbach, è che l’oggetto, la realtà, la sensibilità vengono concepite solo sotto la forma dell’obietto o dell’ intuizione; ma non come attività umana sensibile, prassi, non soggettivamente. Di conseguenza il lato attivo fu sviluppato astrattamente, in opposizione al materialismo, dall’idealismo- che naturalmente non conosce la reale, sensibile attività in quanto tale. Feuerbach vuole oggetti sensibili realmente distinti dagli oggetti del pensiero; ma egli non concepisce l’attività umana stessa come attività oggettiva. Perciò nell’Essenza del cristianesimo egli considera come veramente umano soltanto l’atteggiamento teorico, mentre la prassi è concepita e fissata  solo nel suo modo di apparire sordidamente giudaico. Pertanto egli non concepisce l’importanza dell’attività “rivoluzionaria”, dell’attività pratico-critica.

II

La questione se al pensiero umano spetti una verità oggettiva non è questione teoretica, bensì una questione pratica. Nella prassi l’uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere immanente del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non-realtà di un pensiero, isolata dalla prassi, è una questione puramente scolastica.

III

La dottrina materialistica della modifica delle circostanze e dell’educazione dimentica che le circostanze sono modificate dagli uomini,  e che l’educatore stesso deve essere educato. Essa è costretta quindi a separare la società in due parti, una delle quali sta al di sopra di essa [società].

La coincidenza del variare delle circostanze e dell’attività umana può solo essere concepita o compresa razionalmente solo come prassi rivoluzionaria.

 

Discussione

Nelle seguenti tesi si nota come Marx critichi l’idealismo feuerbachiano; il marxismo é infatti una filosofia fortemente pragmatica. La separazione fra soggetto (uomo) e oggetto (pensiero) é valida su un piano metodologico, ma non su quello ontologico (dell’essere): in altri termini il soggetto crea e plasma l’oggetto, la realtà e la conoscienza. Il pensiero, la teoria traggono la loro conferma nella “prassi rivoluzionaria”. Uomo e ambiente (senso lato) interagiscono dialetticamente in un processo continuo di trasformazione. Non vi é più un mondo platonico delle idee, le cui proiezioni sono gli enti materiali, ma la filosofia marxista tratta l’analisi della storia in chiave immanentistica, dove la struttura economica (ovvero il modo di produzione e dei rapporti che esso definisce), è circondata da altrettante sovrastrutture da essa derivanti. La rottura con l’idealismo tedesco in Marx é molto forte. La nascita dei moti rivoluzionari a partire dagli anni Venti dell’Ottocento, dimostreranno che il proletariato può caratterizzarsi come forza attiva, creatrice, capace di imprimere una direzione all’interno del processo storico.

Un naturalista contemporaneo a Marx, Charles Darwin, contribuirà all’eliminazione dell’elemento trascendentale nello studio della natura e, più in generale, della realtà circostante. Insieme a loro, il geologo Charles Lyell e il filosofo Herbert Spencer, per citarne alcuni. La scienza, dalla fine dell’Ottocento, non sarebbe più stata considerata come in precedenza: la dimensione immanente, la prassi si scoprono essere elementi fondamentali dell’indagine scientifica anche della società umana.

 

* Per il testo e la discussione, qui rielaborata, si veda:

Marx, K. e Engels, F. (1966), Le Opere, a cura di Gruppi, L., pp. 1288